Battaglia del solstizio

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Battaglia del solstizio
Battle of the Piave River 1918.jpg
Mappa della battaglia del Piave
Data 15 - 24 giugno 1918
Luogo Lungo il fiume Piave
Esito Decisiva vittoria italiana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
58 divisioni:
* 52 italiane
* 2 francesi
* 3 inglesi
* 1 cecoslovacca
(circa 870.000 uomini)
58 divisioni:[1]
circa 946.000 uomini
6.830 cannoni
Perdite
8.396 morti
30.603 feriti
48.182 prigionieri
87.000 perdite in totale[2]
11.643 morti
80.852 feriti
25.547 prigionieri
118.000 perdite in totale[2]
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La battaglia del Solstizio o seconda battaglia del Piave[3] fu combattuta nel giugno 1918 tra Regio Esercito Italiano e Imperial Regio esercito. Fu l'ultima grande offensiva sferrata dagli austro-ungarici nel corso della prima guerra mondiale. Il nome "battaglia del solstizio" venne utilizzato dal poeta Gabriele D'Annunzio.[4]

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Già nel marzo 1918 il capo di stato maggiore Arz von Straussenburg aveva rassicurato l'alleato tedesco su un'offensiva estiva in via di preparazione sul fronte italiano,[5] in appoggio strategico all'offensiva di Ludendorff sul fronte occidentale. I rapporti tra i due Imperi centrali erano da tempo conflittuali. L'Austria-Ungheria, ormai allo stremo e alle soglie della carestia alimentare, dipendeva fortemente dagli aiuti tedeschi, che l'avevano salvata sul fronte orientale e avevano permesso lo sfondamento di Caporetto. Appariva però evidente anche agli alti comandi che l'intransigenza tedesca minava fortemente le possibilità di sopravvivenza dell'Impero asburgico.[6] In quei giorni di marzo cominciò dunque la grande diatriba che vide opporsi le differenze strategiche dello Stato Maggiore della duplice monarchia. Da una parte l'antico disegno accarezzato dal comandante del fronte alpino - feldmaresciallo Conrad - che prevedeva la necessità di un intervento massiccio dal Tirolo; uno sfondamento delle difese italiane dell'Altipiano e del Grappa, e in definitiva il proseguimento della pianura del Brenta. Il completamento della manovra sarebbe avvenuto con lo sfondamento delle difese del monte Tomba e la discesa al Piave di Pederobba, in direzione di Treviso - Padova e Venezia.

Dall'altra, la più ragionata e omogenea strategia proposta dal feldmaresciallo Boroevic, intesa all'ottenimento del massimo sforzo delle sue armate per sfruttare la felice posizione di attacco sull'ansa del Piave delle "Grave di Papadopoli" in territorio di Cimadolmo, di quella - poco distante - di Ponte di Piave (dove il corso del fiume si restringe e la posa delle passerelle diventa più semplice) e infine lo sfruttamento di una identica possibilità nel territorio di San Donà di Piave.

Da parte italiana, le notizie dell'offensiva nemica erano state preannunciate dall'osservazione aerea quotidiana dell'aviazione leggera del Corpo Aeronautico e da quella dei palloni frenati, nonché dal servizio di spionaggio e dalla assidua corrispondenza dei connazionali residenti di là dal Piave, effettuata questa attraverso piccioni viaggiatori.

Nell'aprile del 1918 i tentativi di Carlo I d'Austria di ottenere segretamente una pace separata nel 1917, il cosiddetto "affare Sisto", erano divenuti pubblici. L'alleato tedesco, infuriato, aveva costretto l'Austria-Ungheria a legarsi definitivamente a sé in un'intesa pantedesca, in posizione subordinata, nel maggio 1918.[7]

Piano delle operazioni[modifica | modifica wikitesto]

L'obiettivo strategico era di sfondare e raggiungere la fertile pianura padana, impossessandosi delle scorte italiane, per costringere il nemico all'armistizio e liberare forze da concentrare in un secondo momento sul fronte franco-tedesco.

L'offensiva fu preparata con grande cura. Gli austroungarici vi impegnarono oltre sessanta divisioni (considerando anche la riserva), senza però raggiungere un'effettiva superiorità di uomini e mezzi.[8] Nel complesso, nonostante la situazione, il morale dell'esercito sembrava ancora alto e la fiducia negli esiti dell'azione era elevata,[5] malgrado l'oggettiva penuria di beni di prima necessità, a Vienna come al fronte. In questo senso, Boroević, comandante del III gruppo armate del Piave, promosso a feldmaresciallo, considerò questa offensiva come uno sforzo suicida. Infatti, convinto dell'inevitabile sconfitta finale, egli avrebbe preferito preservare l'esercito per la salvezza della monarchia.[8]

Casa sinistrata con una famosa scritta patriottica a Sant'Andrea di Barbarana durante la Battaglia del solstizio.

Il piano d'attacco soffriva, in effetti, degli scontri personali e ideologici tra i due capi dei corpi d'armata, Conrad e Boroević. Lo sforzo, anziché essere concentrato in un punto come a Caporetto, venne suddiviso tra i due corpi d'armata. Il piano era stato suddiviso in tre operazioni distinte: un iniziale attacco diversivo sul Passo del Tonale, denominato Lawine (valanga), avrebbe anticipato quello dall'altopiano di Asiago verso Vicenza da parte della 10a e 11a armata di Conrad (operazione Radetzky) e uno attraverso il Piave verso Treviso da parte della 5a e 6a armata di Boroević (operazione Albrecht). Queste due penetrazioni avrebbero dovuto costruire i due bracci di una tenaglia che si sarebbe dovuta chiudere attorno alla zona di Padova.[5]

Di conseguenza, la mancanza di una chiara superiorità tattica e la ricostituita forza dell'esercito italiano, fisica e morale, attuata da Diaz e Badoglio dopo la Disfatta di Caporetto, condannarono l'offensiva austroungarica al fallimento, facendo avverare i presagi di Boroević.

La risposta italiana[modifica | modifica wikitesto]

Artiglieria italiana sulla linea del Piave

L'Italia, già alla fine di febbraio, si era completamente ripresa dalla disastrosa sconfitta subita nell'autunno dell'anno precedente. I suoi armamenti e le sue scorte, anche grazie all'aiuto degli alleati, avevano ripreso una consistenza di tutto rispetto. Il vettovagliamento della truppa, il morale dei soldati e l'aumentata affidabilità degli stati maggiori, garantita da uno stretto rapporto tra il governo e le forze armate, erano di buon auspicio per il confronto tra i due eserciti, che si sapeva sarebbe avvenuto in tempi ravvicinati.

La forza armata - nel marzo 1918 - poteva contare su uno schieramento di 54 divisioni, alle quali si aggiungevano i reparti inglesi, francesi, la legione cecoslovacca e la Legione Romena d'Italia. Il 10 aprile al fronte l'Italia schierava 232 caccia, 66 bombardieri e 205 ricognitori oltre ai rinforzi dalla Francia con 20 ricognitori e dall'Inghilterra con 54 caccia e 26 ricognitori.[9] Nel mese di giugno l'aviazione italiana in zona di guerra disponeva di 65 squadriglie e 9 Sezioni con 647 aerei per 770 piloti, 474 osservatori, 176 mitraglieri, 916 motoristi e 477 montatori.[10]

Come già detto, gli italiani conoscevano in anticipo i piani del nemico, comprese la data e l'ora dell'attacco, tanto che nella zona del Monte Grappa e dell'Altopiano dei Sette Comuni venne attuata la tattica della "contropreparazione anticipata", in particolare da parte dell'artiglieria della 6ª Armata (Regio Esercito), comandata dal Gen. Roberto Segre, dal quale dipendeva il VII Gruppo (poi 7º Gruppo Autonomo Caccia Terrestre). Le artiglierie del Regio Esercito, appena dopo la mezzanotte, per quasi cinque ore spararono decine di migliaia di proiettili di grosso calibro, tanto che gli alpini che salivano a piedi sul Monte Grappa videro l'intero fronte illuminato a giorno sino al mare Adriatico. Ai primi contrattacchi italiani sul Monte Grappa, molti soldati austriaci abbandonarono i fucili e scapparono, tanto che i gendarmi riuscirono a bloccare i fuggitivi solamente nella piana di Villaco.

La battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Ponte di barche austriaco sul Piave

La mattina del 15 giugno 1918, gli austriaci arrivando da Pieve di Soligo-Falzè di Piave, riuscirono a conquistare il Montello e il paese di Nervesa. La loro avanzata continuò successivamente sino a Bavaria (sulla direttiva per Arcade), ma furono fermati dalla possente controffensiva italiana, supportata dall'artiglieria francese, mentre le truppe francesi erano stazionate ad Arcade, pronte a intervenire in caso di bisogno. Il Servizio Aeronautico italiano mitragliava il nemico volando a bassa quota per rallentare l'avanzata. In questo teatro di battaglia morì il maggiore Francesco Baracca, il più grande asso dell'aviazione italiana. Le cause della morte non sono mai state univocamente determinate e la versione ufficiale per lungo tempo è stata quella di un colpo di fucile ricevuto da terra da un tiratore austriaco appostato su un campanile. Secondo uno storico anglosassone, invece, da ricerche nei registri austro-ungarici risulterebbe che Baracca venne ucciso dal mitragliere di un biposto austriaco che l'asso italiano stava attaccando dall'alto.[11] Dal Comando supremo militare italiano dipendevano il Raggruppamento Squadriglie da Bombardamento con il IV Gruppo, XI Gruppo e XIV Gruppo oltre al X Gruppo (poi 10º Gruppo).[12]

Le passerelle gettate sul Piave dagli austriaci il 15 giugno 1918 vennero bombardate incessantemente dall'alto e ciò comportò un rallentamento nelle forniture di armi e viveri. Ciò costrinse gli austriaci sulla difensiva e dopo una settimana di combattimenti, in cui gli italiani cominciavano ad avere il sopravvento, gli austriaci decisero di ritirarsi oltre il Piave, da dove erano inizialmente partiti. Centinaia di soldati morirono affogati di notte, nel tentativo di riattraversare il fiume in piena. Nelle ore successive alla ritirata austriaca, il re Vittorio Emanuele III visitava Nervesa liberata e completamente distrutta dai colpi di artiglieria. Ingenti i danni alle antiche ville sul Montello e al patrimonio artistico della zona. Stessa cosa per Spresiano: completamente distrutta. Gli austro-ungarici nella loro avanzata arrivarono sino al cimitero di Spresiano, ma l'artiglieria italiana che sparava da Visnadello e i contrattacchi della fanteria italiana riuscirono a bloccarli.

Manifesto di propaganda esaltante la difesa della linea del Piave

Le truppe austro-ungariche attraversarono il Piave anche in altre zone. Conquistarono pure le Grave di Papadopoli, ma si dovettero successivamente ritirare. A Ponte di Piave percorsero la direttrice ferroviaria Portogruaro-Treviso, dopo alcune settimane di lotta, nella zona di Fagarè, vennero respinte dagli arditi italiani. Passarono il Piave anche a Candelù, da Salgareda raggiunsero Zenson e Fossalta, ma la loro offensiva si spense in pochi giorni.

Il 19 giugno 1918 nella frazione di San Pietro Novello presso Monastier di Treviso il VII Lancieri di Milano comandato dal generale conte Gino Augusti, contenne e respinse l'avanzata delle truppe austro-ungariche infiltrate oltre le linee del Piave infliggendo loro una sconfitta decisiva nell'economia della Battaglia del Solstizio. L'operazione militare passerà alla storia come la "Carica di San Pietro Novello": il reggimento di Cavalleria pur in inferiorità di uomini e mezzi riuscì nell'impresa, combattendo anche appiedato in un corpo a corpo alla baionetta.[13]

La mattina dell'attacco, sino dalle ore 4.00, dal suo posto di osservazione posto in cima a un campanile di Oderzo, il comandante delle truppe austriache, il feldmaresciallo Boroevic, osservava l'effetto dei proiettili oltre Piave. Le prime granate lacrimogene e asfissianti ottenevano pochi risultati, grazie alle maschere a gas inglesi usate dagli italiani. Durante la Battaglia del Solstizio gli Austriaci spararono 200 000 granate lacrimogene e asfissianti. Sul fronte del Piave, quasi 6.000 cannoni austriaci sparavano sino a S. Biagio di Callalta e Lancenigo. Diversi proiettili da 750 kg di peso, sparati da un cannone su rotaia, nascosto a Gorgo al Monticano, arrivarono fino a 30 km di distanza, colpendo Treviso. Dall'altra parte del fronte, i contadini portavano secchi d'acqua agli artiglieri italiani per raffreddare le bocche da fuoco dei cannoni, che martellavano incessantemente le avanguardie del nemico e le passerelle poste sul fiume, per traghettare materiali e truppe. Il bombardamento delle passerelle fu determinante, in quanto agli austriaci vennero a mancare i rifornimenti, tanto da rendere difficile la loro permanenza oltre Piave.

Nel frattempo gli italiani, alla foce del fiume, avevano allagato il territorio di Caposile, per impedire agli austriaci ogni tentativo di avanzata. Dal fiume Sile i cannoni di grosso calibro della Marina Italiana, caricati su chiatte, che si spostavano in continuazione per non essere individuati, tenevano occupato il nemico da San Donà di Piave a Cavazuccherina (Jesolo).

Il punto di massima avanzata degli austriaci, convinti di arrivare presto a Treviso, fu a Fagarè, sulla provinciale Oderzo-Treviso.

Fanti di marina italiani attraversano il Piave nel giugno 1918

Nella battaglia vennero impiegati intensivamente gli Arditi, una specialità della fanteria del Regio Esercito al comando del generale Ottavio Zoppi. Si trattava di un corpo speciale particolarmente addestrato alle tecniche d'assalto e del combattimento corpo a corpo. Operativamente organizzato in piccole unità i cui membri erano dotati di petardi "Thévenot", granate e pugnali, occupavano le trincee e le tenevano fino all'arrivo dei rincalzi di fanteria. Il tasso di perdite era estremamente elevato: in questa battaglia centinaia di Arditi vennero fatti sbarcare da una sponda all'altra del fiume Piave e la maggior parte di loro non giunse all'altra riva, ma i superstiti contribuirono alla ritirata austro-ungarica, anche per l'effetto psicologico che avevano questi soldati sui soldati semplici che ne temevano l'aggressività e tecnica di combattimento.

La testa di ponte di Fagarè sulla direttiva Ponte di Piave-Treviso fu l'ultimo lembo sulla destra del Piave a cadere in mano italiana.

Il misterioso caso del generale Bolzano[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ultima fase della battaglia, accadde anche un fatto misterioso, ovvero la scomparsa del generale boemo Heinrich Bolzano Edler von Kronstätt. Nato il 14 agosto 1868 a Schaln (Cecoslovacchia), aveva intrapreso la sua carriera militare nel 1887 presso l'8º reggimento imperiale, risultando idoneo all'esame di ufficiale della riserva. Nel 1889, superato brillantemente l'esame per proseguire la carriera militare presso la scuola cadetti di Praga, era passato alla scuola di fanteria di Innsbruck, uscendone (con ottimi risultati) nel 1890. Colonnello agli inizi del primo conflitto mondiale, fu comandante del 38º reggimento fanteria al Passo d'Ukla (sito al confine tra Polonia e Slovacchia). Promosso generale di brigata nel 1916, è comandante della 132ª brigata dell'armata Sud e, con essa, alle dipendenze del XXIV C.d'A. del generale Goiginger, diviene maggior generale della 13ª e 25ª brigata "Schützen". Una carriera di specchiata virtù, come si vede, coronata da brillanti successi conseguiti sul fronte occidentale e accompagnata da numerosi riconoscimenti ed encomi solenni dello Stato Maggiore per i servizi prestati.

"Alle porte d'Italia": dipinto di Nomellini

"All'alba del 16 giugno 1918", scrive nel suo taccuino un tenente del 14° Schützen, "fermo il comandante di brigata Bolzano che, senza motivo, sprovvisto di armi, munizioni e mezzi di protezione contro i gas, cercava di oltrepassare le linee. Se lei spara, verrà impiccato! Io do l'ordine di sparare, egli scompare. Una pattuglia inviata sulle sue tracce non lo ritrovò più."

Una differente versione data dall'agenzia Stefani e riferita da monsignor Chimenton, nel suo "La chiesa di Sant'Urbano in Bavaria di Nervesa" dice tra l'altro:

"Mentre ferveva la lotta per la resistenza in San Mauro, un drappello di arditi, si era avanzato su per la via che conduce alla chiesa di Bavaria; si ebbe un primo combattimento lungo il vallone che costeggiava la strada dal suo fianco destro per chi sale quell'altura. Superata la resistenza, giungeva sul piccolo piazzale di fronte alla vecchia chiesa: il generale, cercò di difendersi con la rivoltella; fu gravemente ferito dai nostri, catturato e trasportato dalla collina al Piave. [...] La salma del magg. generale venne poi sepolta all'angolo N.O. del cimitero italiano di Giavera. Gli arditi che catturarono il gen. Kronstätt appartenevano al XXVII battaglione d'assalto comandato dal Maggiore Luigi Freguglia."

Ed ecco le versioni – inedite – date dallo Stato Maggiore austriaco e rilevate presso l'archivio di Vienna dalle “targhe” (Albo d'Oro) dei generali e colonnelli caduti in guerra.

“Il generale von Bolzano comandava nella battaglia di giugno sul Piave un gruppo da combattimento inquadrato nella 13ª divisione Schützen che si era consolidata sul Montello. Il 17 giugno 1918, il generale von Bolzano verso le ore 08:00 abbandonò il suo posto di osservazione, attraversò verso le ore 11:00 quello del comando del 25° Schützen e prosegui il cammino verso le prime linee. Da allora non si seppe più niente di lui. Il 18 giugno, il rapporto della 25ª brigata  Schützen afferma che […] il generale von Bolzano è probabilmente rimasto vittima di una confusione mentale e caduto incapace di intendere e di volere, oppure fatto prigioniero dal nemico” firmato Colonnello Schinnerer (questa versione segue fedelmente quella proposta dal Chimenton e aggiunge la provvidenziale attenuante della confusione mentale). Il comandante del XXIV C.d'A. generale Goiginger, il 21 giugno 1918 fa, invece, il seguente rapporto al comando della 6ª armata: “Ritengo che il disperso sia rimasto vittima di un incidente o sia caduto sotto il fuoco nemico” (dove “l'incidente” può essere interpretato come “confusione mentale”).

Dopo questa segnalazione, il gruppo armate di Boroevic comunica il 25 giugno 1918 al capo di Stato Maggiore dell'esercito: “Stando a notizie stampa, il generale von Bolzano, gravemente ferito, è caduto prigioniero e probabilmente morto per causa delle ferite.” (escludendo dunque l'ipotesi Schinnerer e Goiginger). Infine, il Comando supremo militare italiano annotò, il 27 giugno 1918 che “il generale von Bolzano è morto in prigionia a  causa delle gravi ferite riportate” (sposando totalmente la versione Boroevic). Il mistero si infittisce però, alla luce del fatto che l'archivio di guerra, evidentemente insospettito dalle versioni date dai commilitoni del generale von Bolzano, lo esclude dalla immissione nel museo delle “targhe” d'oro perché “il presupposto della morte di fronte al nemico non è, infatti provato del tutto”; aggiungendo che “dopo approfondito esame del caso, gli atti ufficiali della guerra 1914-18 non sono sufficienti per supporre la causa di morte diversa da quella della confusione mentale”.[14]

A tutto ciò si era giunti, si badi bene, nel 1950; dopo che, ancora nel 1934, l'archivio militare aveva indirizzato una richiesta di ricerche all'addetto militare presso la Regia Legazione d'Italia (3 marzo 1934, f. 344, n. 69448/49 prot.). Il nostro ministero della Guerra, div. II sez. I, rispondeva in data 20 aprile 1934: " A seguito delle notizie fornite dall'ufficio stralcio (stato civile Albo d'Oro) con foglio 1732 del 9 marzo ultimo scorso, si significa che, nonostante le più accurate ricerche effettuate nel carteggio dell'archivio delle unità sanitarie italiane che si trovavano nella zona di Giavera il 17 giugno 1918, non è stato possibile rintracciare alcun documento relativo al defunto magg. gen. a.u. Bolzano Heinrich." Per il Ministro firmato A. Santamaria.

Così, sconfessate le rivendicazione degli arditi e gli sbrigativi rapporti dei generali Goiginger e Boroevic (intesi a mascherare il benché minimo sospetto di viltà di fronte al nemico), resta un grande senso di pietà per quest'ufficiale, distrutto dalla violenza della guerra e di tante battaglie che erano cominciate cinque anni prima e combattute su tutti i fronti d'Europa. L'episodio, in definitiva, racchiude in sé un senso più profondo di quanto la cronaca non si meriti. La misura umana del fatto ci è data nel comprendere che le sorti dei generali sono legate, oltre che al destino, alla realtà di ogni essere umano di fronte alla paura. Nulla di più probabile che i resti mortali del generale von Bolzano riposino in pace accanto a quelli dei suoi e dei nostri soldati, nelle fosse comuni che furono ricavate, spesso, dai crateri delle granate esplose a migliaia sui declivi della dolce collina trevigiana.[15]

Conseguenze della vittoria italiana[modifica | modifica wikitesto]

La tentata offensiva austriaca si tramutò quindi in una pesantissima disfatta: tra morti, feriti e prigionieri gli austro-ungarici persero quasi 150.000 uomini. La battaglia fu tuttavia violentissima e anche le perdite italiane ammontarono a circa 90.000 uomini.

L'esercito austriaco aveva costruito sul Piave circa 60 ponti e usato 200 pontoni e 1.300 imbarcazioni per il trasporto delle truppe. I punti principali di attraversamento del Piave furono quelli di Falzè, Nervesa, villa Jacur, Tezze, Cimadolmo, Salettuol, Candelù, Saletto di Piave, Fagarè, Zenson e San Donà di Piave.

Le perdite dell'aviazione austro-ungarica furono di 31 aerei; quelli degli italiani di 42 ma anche la vittoria nei cieli fu netta.[16] A causa degli insuccessi sul fronte alpino, che erano stati forse la conseguenza prima del disastro sul Piave, il vecchio feldmaresciallo Conrad fu destituito dalla sua carica e messo a riposo il 14 luglio. Contemporaneamente, gli venne conferito il titolo di conte e la carica onorifica di colonnello della Guardia Imperiale.

La grande battaglia non ebbe - ovviamente - soltanto un costo materiale di uomini e mezzi, ma una terribile conseguenza sulla vita civile delle popolazioni del Piave e sulle strutture urbane dei paesi compresi nel quadro del conflitto. Immensa, in egual misura, la perdita di complessi architettonici di tradizione millenaria (come l'abbazia di Nervesa e il castello di San Salvatore a Susegana), e di opere d'arte di altissimo pregio che vennero irrimediabilmente perdute.

La battaglia comunque risultò decisiva per le sorti finali del conflitto sul fronte italiano. Nella situazione in cui si trovavano, infatti, la battaglia del Solstizio era l'ultima possibilità per gli austriaci di volgere a proprio favore le sorti della guerra, ma il suo fallimento, con un bilancio così pesante e nelle disastrose condizioni socio-economiche in cui versava l'Impero, significò in pratica l'inizio della fine.

Il generale croato Borojevic, comandante delle truppe austriache del settore e fautore dell'offensiva, capì che ormai l'Italia aveva superato la disfatta di Caporetto. Infatti, non solo si esauriva la spinta militare dell'Austria, ma apparivano anche i primi segnali di scontento tra la popolazione civile austriaca, per la scarsità di cibo: l'Intesa aveva isolato per mare gli Imperi Centrali e la penuria di risorse si faceva sentire. Dalla battaglia del Solstizio, infatti, trascorsero solo quattro mesi prima della vittoria finale dell'Italia nella Battaglia di Vittorio Veneto.

Ricorrenza e sacrari della battaglia[modifica | modifica wikitesto]

La ricorrenza della battaglia viene ricordata ogni anno il 15 giugno e celebrata come la festa dell'Artiglieria.

A Fagarè della Battaglia, sulla provinciale Oderzo-Treviso, c'è l'Ossario dei caduti della Grande Guerra. Fu edificato nel punto in cui gli austriaci raggiunsero la massima avanzata. Ai lati dell'Ossario sono stati trasportati i muri su cui figurano alcune celebri scritte, opera del Bersagliere propagandista di guerra Ignazio Pisciotta, come "Tutti eroi! O il Piave, o tutti accoppati" e "Meglio un giorno da leone che 100 anni da pecora".

A Nervesa della Battaglia si trova l'Ossario ai caduti italiani sul Montello, con piccolo museo storico annesso. Verso Pederobba, sulla strada che porta a Feltre si trova invece quello francese. A Tezze di Piave e a Giavera del Montello si trovano i cimiteri militari britannici e nel tempio votivo di Ponte della Priula (Susegana), ci sono i resti di diversi soldati trovati anche di recente, sul greto del Piave.

Vanno ricordati, oltre ai combattenti francesi, statunitensi e britannici, anche quei soldati cecoslovacchi che passarono dalla parte dell'esercito italiano. Essendo costoro cittadini dell'Impero austro-ungarico, se catturati venivano giustiziati, in quanto considerati traditori della patria. Sul viale alberato che portava da Conegliano a S. Vendemiano, ne vennero impiccati a decine.

La presenza di Ernest Hemingway[modifica | modifica wikitesto]

Proprio in quel periodo si trovava nella zona di Fossalta il futuro premio Nobel per la letteratura Ernest Hemingway, allora diciottenne, che si era arruolato volontario con la Croce Rossa degli Stati Uniti e prestava servizio in zona come autista di autoambulanze.

Ferito dalle schegge di una bomba e da un proiettile di mitragliatrice, sarà poi decorato con la medaglia d'argento per essersi prodigato, anche dopo essere stato colpito, nel salvataggio di altri militari feriti. Da questa personale esperienza e dal successivo ricovero in un ospedale milanese trarrà il suo celebre romanzo "Addio alle Armi".

Nel Sacrario di Fagarè, fra i tanti militari sepolti, vi è l'unico statunitense, il tenente Edward McKey, amico di Hemingway, caduto in battaglia lungo il Piave, a cui lo scrittore dedicò una poesia, riportata sulla lapide ancora oggi visibile.

Decorati Medaglie d'oro Valor Militare[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ M. Clodfelter, Warfare and Armed Conflicts: A Statistical Encyclopedia of Casualty and Other Figures, 1492-2015, Jefferson (North Carolina), 2017, McFarland. ISBN 978-0786474707, pagina 419
  2. ^ a b Spencer Tucker, World War I: Encyclopedia, Volume 1. Pagina 919.
  3. ^ Battaglie del Piave, in Dizionario di storia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010. URL consultato il 21 settembre 2013.
  4. ^ «Or è un anno la battaglia del Solstizio sfolgorava in un mattino lavato e rinfrescato dall'acquazzone notturno» in Il sudore di sangue
  5. ^ a b c Tullio Vidulich, La battaglia del Piave o del solstizio (15 - 23 giugno 1918), lagrandeguerra.net. URL consultato il 21 settembre 2013.
  6. ^ Gary W. Shanafelt, The secret enemy: Austria-Hungary and the German alliance, 1914-1918, East European Monographs, 1985, ISBN 978-0-88033-080-0.
  7. ^ Francesco Amendola, Guglielmo II voleva schiaffeggiare Carlo I d’Austria per il suo desiderio di pace, ariannaeditrice.it, 5 agosto 2010. URL consultato il 21 settembre 2013.
  8. ^ a b John R. Schindler, Isonzo, il massacro dimenticato della Grande Guerra, Libreria Editrice Goriziana, 2002, pp. 403-428, ISBN 88-86928-54-8.
  9. ^ I Reparti dell'aviazione italiana nella Grande Guerra, AM Ufficio Storico - Roberto Gentili e Paolo Varriale, 1999 pag. 29
  10. ^ I Reparti dell'aviazione italiana nella Grande Guerra, AM Ufficio Storico - Roberto Gentili e Paolo Varriale, 1999 pag. 30.
  11. ^ (EN) Christopher Shores, Air Aces, Greenwich, Connecticut, Bison Books, 1983, p. 41, ISBN 0-86124-104-5.
  12. ^ I Reparti dell'aviazione italiana nella Grande Guerra, AM Ufficio Storico - Roberto Gentili e Paolo Varriale, 1999 pag. 28.
  13. ^ La Carica di San Pietro Novello del VII Lancieri di Milano
  14. ^ Archivio di guerra austriaco, Staatskriegsarchv, ZI 1270/1950 fasc. 271.
  15. ^ Mario Bernardi, Di qua e di là dal Piave, Mursia, 1989.
  16. ^ I Reparti dell'aviazione italiana nella Grande Guerra, AM Ufficio Storico - Roberto Gentili e Paolo Varriale, 1999 pagg. 30-31.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pierluigi Romeo di Colloredo, La Battaglia del Solstizio - Giugno 1918, Associazione Italia, 2008
  • I Reparti dell'aviazione italiana nella Grande Guerra, AM Ufficio Storico - Roberto Gentili e Paolo Varriale, 1999

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